Il caso Kellan, di Franco Vanni

Il caso Kellan, di Franco Vanni

Il caso Kellan, di Franco Vanni

Milano. In una notte gelida il corpo agonizzante di Kellan Armstrong, evidentemente reduce da una colluttazione, viene lasciato davanti all’ospedale Fatebenefratelli dove muore poche ore dopo per una profonda ferita alla testa.
Le morti si sa, non sono tutte uguali, e il fatto che il ragazzo appena diciannovenne sia il figlio del console americano in carica nel capoluogo lombardo, allarma non poco le forze dell’ordine.

Il caso Kellan

Steno Molteni non ha nemmeno trent’anni, è un giornalista e scrive per La Notte, un settimanale che si occupa della cronaca nera milanese.
Vive da un anno nella stanza 301 di Villa Garibaldi, un hotel nel pieno centro della città dove si è trasferito grazie all’aiuto del signor Barzini, il portiere-barman dell’albergo che è un vecchio conoscente del padre. Ha un amico prezioso, l’agente scelto Raffaele Cinà detto Scimmia, ed è proprio da lui che viene a sapere di questa morte scomoda, sulla quale è necessario fare chiarezza al più presto.
Le indagini procedono su due binari: quello ufficiale e quello percorso da Steno, che in cambio dell’informazione esclusiva ricevuta da Scimmia, che conta di pubblicare la notizia sull’edizione cartacea de La notte alla cui uscita mancano pochi giorni, gli promette un aiuto nell’inchiesta.
Steno conosce la città, sa come fare domande e ottenere risposte, sa farsi riconoscere e rendersi invisibile. Scimmia lo sa e si fida, infatti basta poco e appare chiaro come la pista da seguire sia quella degli incontri omosessuali clandestini che avvengono nella buca, una zona nascosta che si trova sotto la ferrovia che fiancheggia la Triennale, e che negli ultimi tempi è teatro di scontri provocati dagli Spazzini, una gang che con manganelli aggredisce le coppie che si appartano.
Come tutto ciò abbia a che fare col figlio del console, si scopre nelle pagine di questo bel giallo.
Steno nel cercare di ricostruire i fatti non solo accompagna il lettore nelle pieghe di una città riconoscibile nei luoghi e nelle atmosfere, ma pone l’accento sulla realtà multietnica milanese, solleva la questione lbgti che appartiene profondamente al capoluogo meneghino, e ne tratteggia la fragilità da una parte e la determinazione dall’altra.
Qual è la verità, sul caso Kellan? Quella della polizia che cerca di tutelare la rispettabilità della famiglia, o quella che invece segue Steno?
E se ai due binari delle indagini se ne aggiungesse un terzo, condotto da un amico della famiglia Armstrong che dietro il lavoro di cuoco in un ristorante del centro città, nasconde un’attività nella CIA?
Il caso Kellan è un giallo nel senso pieno del termine. Personaggi e situazioni si dipanano attraverso un intreccio che incolla il lettore alle pagine, e che si risolve in un finale inaspettato.
Lo stile di Franco Vanni è fresco, convincente, credibile, e genera nel lettore un senso di fiducia che è tutt’altro che scontato, nei libri.
Una menzione d’onore va alla caratterizzazione dei personaggi: la pm Tajani e il clochard Alberto, l’intrigante Sabine e il console Armstrong sono il corollario di una storia ben costruita, che da lettrice spero abbia un seguito perché a Steno e Scimmia, mi sono proprio affezionata.

Franco Vanni

Franco Vanni è nato a Milano nel 1982, è cronista giudiziario a la Repubblica e docente al master in Giornalismo dell’Università Cattolica. Nel 2015 ha pubblicato Il clima ideale, suo primo romanzo, premiato come migliore esordio italiano alla trentesima edizione del Festival du Premier Roman de Chambéry. Nel 2017, con Andrea Greco, ha scritto il saggio d’inchiesta Banche impopolari.

Vanni, Franco, Il caso Kellan, Baldini+Castoldi, pp. 336, euro 17,00

 

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Eva Massari, veneta di nascita e milanese di adozione. Ho da poco superato i quaranta e ho fatto una bellissima festa per non pensarci. Mi occupo di relazioni pubbliche, col risultato che spesso trascuro le mie. Amo i palindromi perché più del verso mi intriga l’inverso, e mi piace avere l’ultima parola, anche se sono l’unica a sentirla. Ho imparato a stendere la sfoglia da una nonna bresciana, a fare i dolci da una vicentina, e a bruciare il sugo da sola. Vorrei avere una cabina armadio griffatissima e un posto auto vicino all’ufficio, ma nel frattempo giro per mercatini e prendo l’autobus. Ho inventato forEva in un giorno di maggio. Maggio sa perché.

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