Come ombra che declina, di Antonio Muñoz Molina

Come ombra che declina, di Antonio Muñoz Molina

Come ombra che declina, di Antonio Muñoz Molina

Cosa accomuna un impiegato comunale con la passione per la scrittura e l’uomo che il 4 aprile 1968 ha ucciso Martin Luther King? Una città, tanto per cominciare.

Come ombra che declina

Gli anni Ottanta stanno volgendo al termine quando Antonio Muñoz Molina sceglie di prendersi una pausa dalla sua vita socialmente accettabile – ma piena di frustrazione – per salire su treno che da Granada lo porta a Lisbona, città che spera possa accogliere i suoi pensieri e restituirglieli sotto forma del romanzo che da tempo cerca di confezionare.
Su quelle stesse strade, vent’anni prima, ha camminato James Earl Ray, scappato dagli Stati Uniti dopo aver sparato a morte al Reverendo King.
Un fuggitivo e un fuggiasco. Due uomini che approdano nella capitale portoghese per evadere da situazioni che li affliggono e, nella fuga, trovare la salvezza.
Ho iniziato a leggere questo libro assecondando il mio lato nero, quello che mi spinge ogni tanto a fare una capatina nel lato scuro della mente, e immaginavo di scovare qualche frammento che avrebbe potuto aiutarmi a comprendere meglio lo spirito di un uomo che non solo ha ammazzato un altro uomo, ma la speranza di milioni di persone. Immaginavo che attraverso gli occhi di uno scrittore che ripercorre i suoi stessi passi sarei riuscita a mia volta a sentirmi parte di una storia importante, per quanto tragica.
Ho trovato quello che cercavo, e non solo.

Ho scoperto che le strade di due persone che non si conoscono, possono sovrapporsi al punto tale di confondersi l’una nell’altra, e ho capito che ciò può accadere meglio in alcuni luoghi piuttosto che in altri.
Il caos ha voluto che abbia concluso la lettura del libro pochi giorni prima di intraprendere un viaggio a Lisbona, una città che conosco bene, ma che ho provato a vedere con gli occhi dei due protagonisti.
Ho visto una città diversa, dove si scompare facilmente tra migliaia di invisibili.
Allora ho capito. Ho capito che quella che stavo leggendo era una storia di abbandono, di tentativi di isolarsi dal conosciuto per cercare l’oblio e l’isolamento. Una storia vera, per questo più tragica di qualunque fiction.

“Chissà come vede uno che non ti somiglia affatto le stesse cose che vedi tu: uno così diverso e distante da te che quasi non riesci a immaginarlo, nonostante tutte le informazioni che hai maniacalmente raccolto sulla sua vita; uno che una mattina di maggio uscì dal suo albergo incamminandosi per una via stretta e ombrosa e, spuntando nel grande chiarore della piazza con al centro un alto piedistallo e un re a cavallo, chiude gli occhi feriti da quella luce improvvisa, una luce bianchissima che si rifletteva sulla pietra calcarea degli edifici, sulle minuscole tessere dei mosaici dei marciapiedi, un tipo di pavimentazione che lui non aveva mail visto”.

Come ombra che declina è un libro complesso, le cui finalità non sono subito chiare. Per godere di questa lettura è necessario, a mio parere, scartare le categorie di pensiero alle quali spesso ci rifacciamo, e abbandonarsi alla ricchissima struttura narrativa.

Antonio Muñoz Molina ha scritto un memoir, un saggio e un romanzo in una volta sola. Un’opera imponente, maestosa, necessaria.

Antonio Muñoz Molina, Come ombra che declina, 66thandsecond, traduzione di Carlo Alberto Montalto, 2018, pp. 416, euro 20,00

Antonio Muñoz Molina è nato a Úbeda, in Andalusia, nel 1956. Membro della Real Academia Española e vincitore del Premio Principe de Asturias de las Letras, è considerato tra i migliori scrittori spagnoli della sua generazione.Oltre ad aver pubblicato numerosi romanzi, che gli sono valsi numerosi riconoscimenti, tra cui il Premio Nacional de Literatura e il Premio Planeta, Muñoz Molina è autore di alcuni saggi e ha diretto la sede newyorkese dell’Istituto Cervantes. Tra le sue opere uscite in Italia ricordiamo L’inverno a Lisbona (Feltrinelli, 1995) e Sefarad (Mondadori, 2002). Nel 2019 66thand2nd pubblicherà El viento de la Luna.

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Eva Massari, veneta di nascita e milanese di adozione. Ho da poco superato i quaranta e ho fatto una bellissima festa per non pensarci. Mi occupo di relazioni pubbliche, col risultato che spesso trascuro le mie. Amo i palindromi perché più del verso mi intriga l’inverso, e mi piace avere l’ultima parola, anche se sono l’unica a sentirla. Ho imparato a stendere la sfoglia da una nonna bresciana, a fare i dolci da una vicentina, e a bruciare il sugo da sola. Vorrei avere una cabina armadio griffatissima e un posto auto vicino all’ufficio, ma nel frattempo giro per mercatini e prendo l’autobus. Ho inventato forEva in un giorno di maggio. Maggio sa perché.

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