Il nome della madre, di Roberto Camurri

Il nome della madre, di Roberto Camurri

Il nome della madre, di Roberto Camurri

Con Il nome della madre torniamo a Fabbrico, il comune dell’Emilia-Romagna dove Roberto Camurri ha ambientato anche A misura d’uomo, il suo esordio narrativo (ne avevo scritto qui).

In questo nuovo romanzo, in uscita oggi per NN Editore, l’autore sceglie ancora di raccontare storie di provincia che dietro l’apparente genuinità nascondono architetture complesse e non sempre comprensibili.

Conosciamo Pietro quando è un neonato, e lo vediamo crescere insieme al padre Ettore, sotto gli occhi vigili dei nonni materni ma senza la madre, che scompare quando è ancora piccolissimo. È subito chiaro che il figlio crea nel padre una forma di imbarazzo genitoriale. Ettore lo accudisce, certo, gli prepara da mangiare e lo accompagna a scuola, si preoccupa che stia bene ma basta? Basta questo a fare di un uomo, un padre?

Tra i due sembrano mancare confidenza e complicità, e questo rapporto fatto di silenzi sul quale aleggia la mancata presenza di una mamma della quale Pietro non sa nulla, sfocia in attimi di estrema violenza emotiva, destinati a segnare allo stesso modo padre e figlio.

Il nome della madre

Ci sono autori che sentono il bisogno di raccontare i luoghi ai quali appartengono perché lì trovano il senso ultimo – o primo?- di loro stessi. Certamente è così per Roberto Camurri nei confronti di Fabbrico, che diventa il centro della vita, il posto dove tutto accade e che chi legge riesce facilmente non solo a immaginare, ma a sentire. Le voci, i rumori delle officine, il silenzio della notte, il latrato dei cani diventano il sottofondo di questa storia che commuove per l’umanità di cui è pregna.

Chi pensa che la vita di provincia sia semplice, non ha mai guardato realmente dentro le case, nelle piazze, tra le strade di quei luoghi che si sottraggono certamente al caos metropolitano, ma non a quello della vita.

[…] ascoltano il treno frenare e poi fermarsi nelle stazioni, il chiasso del vento contro i finestrini, la città che diventa campagna, gli alberi e le case, i paesini che si accumulano nella chiazza di verde che è quella pianura nonostante l’autunno, i campi arati, le mucche nelle stalle, i canali, i fossi, gli uccelli nei fossi e quelli appollaiati sui pali storti della luce. Pietro vorrebbe essere sicuro delle motivazioni che lo spingono a essere lì, si domanda se sia vergogna, senso del dovere, senso di colpa, se sia amore, paura.

Osserviamo Pietro che diventa grande e che sceglie di allentare dei legami per stringerne altri. Pietro che con suo padre non ha mai davvero parlato ma al quale sente di dover chiedere molto. Pietro che capisce che forse, nonostante tutto, le storie per essere scritte devono necessariamente essere prima comprese.

Camurri, Roberto, Il nome della madre, NN Editore, 2020, pp. 174, euro 17,00

Roberto Camurri è nato nel 1982, undici giorni dopo la finale dei Mondiali a Madrid. Vive a Parma ma è di Fabbrico, un paese triste e magnifico di cui è innamorato forse perché è riuscito a scappare. È sposato con Francesca e hanno una figlia. Lavora con i matti e crede ci sia un motivo, ma non vuole sapere quale. Scrive da pochi anni, anche se avrebbe voluto scrivere da sempre. Esordisce nel 2018 con A misura d’uomo, seguito dall’ebook Acqua. Del 2020 è Il nome della madre. 

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Sono veneta di nascita e milanese di adozione. Fiera di essere nata negli ultimi anni Settanta, quando ho compiuto quarant’anni ho fatto una bellissima festa per non pensarci. Mi occupo di comunicazione digitale, quindi sto più spesso davanti al pc che a un cocktail per un happy hour. Ho iniziato da bambina a girare il mondo insieme ai miei amici: sono partita per il New England con Louisa May Alcott, ho visto Macondo con Gabriel Garcia Marquez, mi sono fermata a Derry con Stephen King, mi sono imbarcata sul Pequod con Herman Melville e sono stata in Grecia con Oriana Fallaci. Il viaggio continua, spesso verso luoghi sconosciuti, sempre con la voglia di perdermi cercando la strada. Ho una passione per la letteratura noir, anche perché si sa che il nero snellisce. Amo i palindromi perché più del verso mi intriga l’inverso, e mi piace avere l’ultima parola, anche se sono l’unica a sentirla. Ho imparato a stendere la sfoglia da una nonna bresciana, a fare i dolci da una vicentina, e a bruciare il sugo da sola. Vorrei avere una cabina armadio griffatissima e un posto auto vicino all’ufficio, ma nel frattempo giro per mercatini e prendo l’autobus. Ho inventato forEva nel 2017, in un giorno di maggio. Maggio sa perché. Ho lavorato per molti portali online dedicati alla letteratura. Qui chiacchiero di libri, intervisto autori, racconto iniziative e segnalo uscite interessanti. Sono una lettrice, non un critico, e anche se non mi piace leggere tutto e non tutto quello che leggo mi piace, nel blog ho scelto di condividere solo esperienze legate ai libri che amo. Scrivimi a eva@foreva.it

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