Il popolo del diluvio, di Predrag Finci

Il popolo del diluvio, di Predrag Finci

Quando è scoppiata la guerra in Bosnia avevo sedici anni, e della tragedia che si stava consumando vicino ai luoghi che così tante volte, da bambina, avevo raggiunto per le vacanze, sentivo solo echi confusi.

Così vicino e così lontano, quel territorio dove si consumava una tragedia umanitaria mi sembrava un non luogo, uno di quei posti che esistono solo nei brutti sogni, quelli che svaniscono con le prime luci del mattino. E invece era lì ed era vero, e me ne sono accorta un paio d’anni dopo, quando la voglia di cercare il mio posto nel mondo mi ha imposto di capire meglio cosa in quel mondo stesse accadendo.

All’epoca non ne avevo coscienza, ma stavo cominciando a comprendere che la conoscenza non passa solo attraverso lo studio didascalico dei libri di testo, ma anche attraverso l’ascolto di voci, tantissime voci. Non ho mai smesso di cercare quelle voci, e una che di recente mi ha molto emozionato sentire (leggere, in effetti, ma fa davvero così tanta differenza?) è quella di Predrag Finci che, ne Il popolo del diluvio, racconta la fuga da Sarajevo assediata dalla guerra.

Il popolo del diluvio

Pubblicato da Bottega Errante, Il popolo del diluvio è un saggio filosofico autobiografico, che come anticipa il titolo racconta una storia collettiva, quella di uomini e donne che a bordo di un autobus lasciano Sarajevo per muoversi verso un destino più che mai sconosciuto.

“E nella comune disgrazia, nella collettività, l’imperativo morale ci impone di resistere collettivamente alla tentazione di diventare dei criminali. Tutti assieme possiamo essere solo vittime. […] Per quanto tempo ancora i miei bosniaci vagheranno nell’inferno che li ha sorpresi? Quanto ci vorrà perché i miei concittadini possano tornare? Quanti di loro scoppieranno in pianto per una vita che non esiste più se non nei ricordi? E per quanto ancora persisterà la minaccia che il crudele cammino debba ripetersi?”.

Trovo questo passaggio uno dei più significativi del testo, perché spiega bene l’approccio che l’autore ha scelto per il racconto: il viaggio non è solo il suo, così come non sono solo suoi il dolore e la speranza che pure non abbandonano mai questo popolo in movimento.

Tra le pagine emergono certamente abissi di sofferenza, ma lo sguardo generale non cede mai all’autocommiserazione e anzi, getta uno sguardo al futuro immaginando che a ogni partenza possa corrispondere un ritorno, anche se i luoghi che si lasciano, una volta ritrovati si potrebbero non riconoscere più.

Predrag Finci è un autore fiero e consapevole che con la sua testimonianza – la sua voce -, ci aiuta a capire meglio un popolo e la sua storia, e ci dà un’importante chiave di lettura su quello di cui si parla, quando si parla di umanità.

Finci, Predrag, Il popolo del diluvio, Bottega Errante, 2018, traduzione di Alice Parmeggiani, pp. 160, euro 16,00

Predrag Finci (Sarajevo, 1946) è stato professore ordinario di Estetica alla facoltà di filosofia di Sarajevo fino al 1993, anno dell’inizio del suo esilio a Londra dove attualmente vive e lavora come scrittore. È ricercatore presso il London University College, membro del PEN club di Sarajevo e dell’Exiled Writers Ink (Londra). Solo alcuni frammenti della sua ricca bibliografia sono stati tradotti in italiano, grazie al prof. Angelo Floramo. Pubblicato in tutto il mondo, questo è il suo primo lavoro completo che viene pubblicato in Italia.

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Eva Massari, veneta di nascita e milanese di adozione. Ho da poco superato i quaranta e ho fatto una bellissima festa per non pensarci. Mi occupo di relazioni pubbliche, col risultato che spesso trascuro le mie. Amo i palindromi perché più del verso mi intriga l’inverso, e mi piace avere l’ultima parola, anche se sono l’unica a sentirla. Ho imparato a stendere la sfoglia da una nonna bresciana, a fare i dolci da una vicentina, e a bruciare il sugo da sola. Vorrei avere una cabina armadio griffatissima e un posto auto vicino all’ufficio, ma nel frattempo giro per mercatini e prendo l’autobus. Ho inventato forEva in un giorno di maggio. Maggio sa perché.

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