It, il film convince anche gli amanti del libro

“Il terrore che sarebbe durato per ventotto anni, ma forse anche di più, ebbe inizio, per quel che mi è dato sapere e narrare, con una barchetta di carta di giornale che scendeva lungo un marciapiede in un rivolo gonfio di pioggia”.

It, il capolavoro di Stephen King pubblicato nel 1986, inizia così; uno degli incipit più belli di sempre che diventa oggi, giustamente, anche la scena (quasi) d’apertura di It, chapter one, il film.

La pellicola di Andrés Muschietti fa centro, colpendo alla perfezione i topoi letterari di King, e aggiungendo dettagli pop particolarmente sfiziosi.
Quello uscito ieri (19 ottobre, nda) nelle sale italiane, è il primo dei due capitoli che il regista ha immaginato per raccontare la storia intera, e si ferma al 1989, quando i protagonisti sono ancora preadolescenti.
Difficile scindere il libro dal film, ma se è vero che le scene riprendono molto da vicino la trama del romanzo, è vero anche che sul grande schermo si assiste a una storia che ha un’identità ben precisa, molto lontana dallo scimmiottamento maldestro della miniserie del 1991.
I punti di forza sono tanti, a partire dalla regia, dalla fotografia e quasi sempre dalla sceneggiatura. I poster dei Gremlins e dei Siouxsie and the Banshees che compaiono in alcune scene, catturano il pubblico cresciuto negli anni Ottanta e Novanta, così come la colonna sonora composta da Benjamin Wallfisch che comprende, tra gli altri, brani dei New kids on the block, dei Cult e dei Cure che, con Six Different Ways, accompagnano una delle scene più significative del film.
Un film che è soprattutto una storia che racconta come il mondo dei ragazzi, spesso solo sfiorato da quello degli adulti, sia complesso, difficile, a volte terrificante.

A Derry, un’immaginaria cittadina del Maine, si verificano delle strane sparizioni. Tra le persone scomparse c’è il piccolo Georgie Denbrough, che per riprendere la sua barchetta di carta di giornale, scivolata in una fogna, finisce nelle mani di Pennywise, il pagliaccio ballerino. Pennywise, o It, come lo chiamano i Perdenti, un gruppo di sette amici capitanato da Bill, il fratello maggiore di Georgie, che si mette sulle sue tracce.

It non vive nella realtà conosciuta, ma in quella visibile solo agli occhi dei ragazzi; si nutre del loro terrore, si nasconde nelle loro inquietudini, prende forma attraverso il loro sguardo.
Interpretare la paura che genera, comprenderla e sconfiggerla, è la sfida dei ragazzi. Guardarla liberandosi dalle sovrastrutture del pensiero, ritornando alla meraviglia dello sguardo dei più piccoli, è invece la condizione necessaria per godere appieno del film.
Il regista non si è risparmiato in effetti speciali e jump scares. Il risultato? Un film che fa paura in senso anni Ottanta ma che è godibilissimo anche dai millennials.

Agli amanti del libro mancherà qualche scena importante, a tutti mancheranno questi ragazzi, ai quali ci si affeziona all’istante e che ritroveremo, già grandi, nel 2019.

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Sono veneta di nascita e milanese di adozione. Fiera di essere nata negli ultimi anni Settanta, quando ho compiuto quarant’anni ho fatto una bellissima festa per non pensarci. Mi occupo di comunicazione digitale, quindi sto più spesso davanti al pc che a un cocktail per un happy hour. Ho iniziato da bambina a girare il mondo insieme ai miei amici: sono partita per il New England con Louisa May Alcott, ho visto Macondo con Gabriel Garcia Marquez, mi sono fermata a Derry con Stephen King, mi sono imbarcata sul Pequod con Herman Melville e sono stata in Grecia con Oriana Fallaci. Il viaggio continua, spesso verso luoghi sconosciuti, sempre con la voglia di perdermi cercando la strada. Ho una passione per la letteratura noir, anche perché si sa che il nero snellisce. Amo i palindromi perché più del verso mi intriga l’inverso, e mi piace avere l’ultima parola, anche se sono l’unica a sentirla. Ho imparato a stendere la sfoglia da una nonna bresciana, a fare i dolci da una vicentina, e a bruciare il sugo da sola. Vorrei avere una cabina armadio griffatissima e un posto auto vicino all’ufficio, ma nel frattempo giro per mercatini e prendo l’autobus. Ho inventato forEva nel 2017, in un giorno di maggio. Maggio sa perché. Ho lavorato per molti portali online dedicati alla letteratura. Qui chiacchiero di libri, intervisto autori, racconto iniziative e segnalo uscite interessanti. Sono una lettrice, non un critico, e anche se non mi piace leggere tutto e non tutto quello che leggo mi piace, nel blog ho scelto di condividere solo esperienze legate ai libri che amo. Scrivimi a eva@foreva.it

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