La più amata di Teresa Ciabatti

La più amata di Teresa Ciabatti

La più amata di Teresa Ciabatti

Ho passato giorni a pensare se questo libro mi fosse piaciuto tantissimo o se l’avessi detestato.

E non si trattava della scrittura, o della trama, visto che da tempo ho l’abitudine di abbandonare i libri che non mi piacciono. Si trattava di qualcosa di diverso, qualcosa che mi era entrato sottopelle e non riuscivo a riconoscere. Come quando ti punge una zanzara e la sensazione di prurito un po’ ti piace e un po’ ti dà noia. La più amata per me è stato proprio un misto di piacere e sofferenza.
La storia è quella di Teresa Ciabatti, una sopravvissuta.
Figlia del primario dell’ospedale di Orbetello, uomo ammirato e temuto allo stesso tempo, e di una donna romana che nonostante le umili origini riesce a laurearsi in medicina, Teresa, bambina nata negli anni Settanta, cresce insieme al fratello gemello in un mondo ovattato del quale è regina incontrastata.
Tutto le è permesso, tutto le è dovuto, perché lei è la più amata, la bambina fortunata adorata dal suo papà.
È la figlia del primario, quella che ha sempre la parte principale al saggio di danza, quella che ha la bambola che parla, quella che non solo ha la piscina a casa, ma che ha pure un coccodrillo verde gonfiabile da metterci dentro.
Ciò che conta, per Teresa, è tutto lì. Il resto? Musica di sottofondo.
Come quei signori che frequentano casa sua e che sono forse Licio Gelli, forse Giorgio Almirante, probabilmente Umberto Veronesi, amici importanti di papà. Lo stesso papà, fascista convinto, che decide che la mamma è depressa e le fa fare la cura del sonno, addormentandola di fatto per un anno mentre i figli crescono. Quel papà che un giorno viene sequestrato mentre è in casa coi figli, e che custodiva lingotti d’oro nel cassetto.
È sopravvissuta, Teresa, a quegli anni, a quei momenti dolci che però hanno perso i contorni, che non riesce più bene a identificare e a collocare.
È sopravvissuta anche a Roma, la grande città, dove si trasferisce con la mamma che non ce la fa più a vivere col marito anaffettivo e despota che le ha fatto lasciare il lavoro, che forse la tradisce, e che mentre si arricchisce di giorno in giorno anche grazie a investimenti immobiliari, sta perdendo il contatto con la sua famiglia.
Teresa è sopravvissuta all’adolescenza in quella città sconosciuta dove non è la più amata, ma una delle tante, una di quelle che non viene invitata alle feste dei compagni di classe nei salotti borghesi della capitale, perché lei lì non è la Ciabatti figlia del primario, è Teresa, la ragazza che arriva dalla provincia, quella cicciottella, quella che mette in atto una guerra con la madre colpevole di averla sottratta alla vita perfetta con un padre perfetto.

Teresa Ciabatti è sopravvissuta, è lei stessa a dirlo. Lo scrive nelle prime pagine del libro, per far sapere al lettore che oggi lei, a quarantaquattro anni, sceglie di scoprire chi fosse realmente il padre, morto ormai da molto tempo, che scopre di non conoscere.
Lo fa spostando continuamente l’asse temporale in un’autofiction che si muove tra il presente, il passato immaginato e quello realmente esistito, lasciando in chi legge una sensazione di vertigine che non si risolve mai.
Non avevo compreso se il libro mi fosse piaciuto o meno, proprio per il senso di incompiutezza che mi era rimasto dopo aver terminato la lettura. Quello che non avevo capito, però, era che in quell’incompiutezza, solo apparente, avrei trovato il significato più intimo della storia.
Teresa Ciabatti nel cercare il padre scopre se stessa, quella che era e quella è, e nell’abbandonare progressivamente l’ossessione di sapere, trova il perdono.
Quando ho saputo che il libro mi era piaciuto? Quando mi sono accorta che pensavo a Teresa Ciabatti molto più che ai fatti miei.

Teresa Ciabatti, La più amata, Mondadori, pp. 218, euro 18,00

 

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Eva Massari, veneta di nascita e milanese di adozione. Ho da poco superato i quaranta e ho fatto una bellissima festa per non pensarci. Mi occupo di relazioni pubbliche, col risultato che spesso trascuro le mie. Amo i palindromi perché più del verso mi intriga l’inverso, e mi piace avere l’ultima parola, anche se sono l’unica a sentirla. Ho imparato a stendere la sfoglia da una nonna bresciana, a fare i dolci da una vicentina, e a bruciare il sugo da sola. Vorrei avere una cabina armadio griffatissima e un posto auto vicino all’ufficio, ma nel frattempo giro per mercatini e prendo l’autobus. Ho inventato forEva in un giorno di maggio. Maggio sa perché.

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