La seconda vita, di Enrico Pedemonte

La seconda vita, di Enrico Pedemonte

La seconda vita, di Enrico Pedemonte

La meraviglia della lett(erat)ura sta, tra le altre cose, nell’appassionarsi a temi che non si pensava potessero stimolare le corde giuste.
Quello della Guerra Fredda è un ambito che ho approfondito negli anni, ma partendo sempre da un punto di vista storico e politico e tralasciando completamente l’approccio narrativo, immaginando che la tipologia degli eventi, per come si sono verificati, potesse essere raccontata solo in modo chirurgico e asettico.
Mi sbagliavo, e di molto. L’ho capito appena ho iniziato a leggere La seconda vita, romanzo d’esordio di Enrico Pedemonte, in libreria per Frassinelli.

La seconda vita

Sette giorni, questo l’arco temporale nel quale si snoda la storia, per svelare una vicenda lunga quasi sessant’anni che si muove su livelli temporali che pur essendo molto distanti tra loro, si intrecciano continuamente.

Il passato.
Pietro Lamberti negli anni Sessanta è uno studente giovane e brillante, pregno di ideali anticapitalisti che condivide con gli amici Nicola, Antonio e Luca.
Forti delle loro convinzioni, i quattro ragazzi danno vita al PLAN, un movimento sovversivo che nonostante l’intento di rovesciare il sistema con atti intimidatori, si esaurisce ben presto senza aver ottenuto nemmeno lontanamente i risultati sperati.
Sono anni caldi ma pieni di fermento, che segnano profondamente il destino dei quattro amici che, grazie alla comunanza di intenti, rimangono uniti anche quando l’età adulta prende il sopravvento e li porta a intraprendere percorsi diversi.
È Pietro a compiere la scelta più radicale. I suoi studi lo portano negli Stati Uniti e da lì, come scienziato nucleare, approda a Los Alamos dove si dedica allo studio della bomba atomica.

Il presente.
John Lamberti è il figlio di Pietro, ed è un giornalista che da Roma muove verso Genova chiamato da Nicola, l’amico del padre che per lui, come Antonio e Luca, è uno zio, e che gli parla di un misterioso omicidio legato al furto di un carico di plutonio. Nicola è un cronista ma, spiega a John, nessun giornale intende riprendere la notizia e le fonti che gli hanno dato la soffiata sono inspiegabilmente sparite.
Contro il parere di zio Antonio, che dirige il giornale per cui scrive John, il ragazzo raggiunge Genova con l’intenzione di far luce su quella vicenda.
Il viaggio segna un punto di non ritorno; tutto cambia in modo veloce, improvviso e irreversibile, e mentre John si scontra con una realtà che lo sconvolge, il padre, a New York, si appresta a scrivergli una lunga lettera.

Caro John,
la fine degli anni Novanta è stato il periodo della mia vita di cui vado meno fiero e se mi accingo a rivelarti qualche dettaglio è per consentirti di dare uno sguardo ai labirinti della mia psiche. So di rischiare il tuo disprezzo, ma ho bisogno di sentirti vicino, e in questo momento, grazia a un cocktail di formidabili tranquillanti, molti dei freni inibitori che per anni mi hanno imbavagliato si sono allentati.
Molti anni fa Antonio mi disse che una persona intelligente, uno scienziato, non può essere fedele a una causa perché la fedeltà comporta implicitamente una rinuncia alla libertà, una scelta inconcepibile per cervelli raffinati”.

Una trama ricca e costruita sapientemente che coniuga vicende politiche e storiche, approfondendo con maestria anche la complessità delle relazioni umane.

Pedemonte, Enrico, La seconda vita, Frassinelli, 2018, pp. 266, euro 17,50

Enrico Pedemonte (Genova, 1950), laureato in fisica, ha lavorato al “Secolo XIX” , e all'”Espresso” come caporedattore e corrispondente da New York. Poi a “la Repubblica” come caporedattore. Fra il 2016 e il 2017 ha diretto il settimanale “pagina99″. In quanto esperto di rete e giornalismo ha tenuto una rubrica, Personal Media, sull'”Espresso”. Con il medesimo titolo ha pubblicato un saggio per Bollati Boringhieri nel 1998. Nel suo libro Morte e resurrezione dei giornali (Garzanti 2010) si è occupato della crisi della carta stampata, delle anomalie del giornalismo italiano e delle vie d’uscita possibili. La seconda vita (Frassinelli 2018) è il suo primo romanzo.

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Eva Massari, veneta di nascita e milanese di adozione. Ho da poco superato i quaranta e ho fatto una bellissima festa per non pensarci. Mi occupo di relazioni pubbliche, col risultato che spesso trascuro le mie. Amo i palindromi perché più del verso mi intriga l’inverso, e mi piace avere l’ultima parola, anche se sono l’unica a sentirla. Ho imparato a stendere la sfoglia da una nonna bresciana, a fare i dolci da una vicentina, e a bruciare il sugo da sola. Vorrei avere una cabina armadio griffatissima e un posto auto vicino all’ufficio, ma nel frattempo giro per mercatini e prendo l’autobus. Ho inventato forEva in un giorno di maggio. Maggio sa perché.

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