L'anno che Bartolo decise di morire, di Valentina di Cesare

L’anno che Bartolo decise di morire, di Valentina Di Cesare

L'anno che Bartolo decise di morire, di Valentina Di Cesare

Chi ama leggere è fortunato perché non bastano migliaia di pagine scorse e centinaia di storie trovate a impedire allo stupore di farsi strada tra le pieghe di un libro.

Chi ama leggere sa che le emozioni sono infinite, nascono e rinascono, si allontanano e ritornano fino a quando trovano spazio da qualche parte vicino al cuore.

Chi ama leggere cerca la bellezza e la sa riconoscere, e io ne ho trovata molta in un libricino pieno di speranza e verità.

Chi ama leggere crede nei miracoli, e L’anno che Bartolo decise di morire, di Valentina Di Cesare, è un prodigio.

Questo romanzo breve, in libreria per Arkadia, racconta di un nugolo di amici – o forse semplici conoscenti -, che condividono parte della loro vita tra chiacchierate al bar, qualche cena, poche confidenze.

Amici o conoscenti? Il nodo sta proprio lì, nella comprensione del ruolo che hanno le persone nella nostra vita, e di come noi siamo in contatto con la nostra stessa esistenza prima ancora che con quella altrui. E se l’amicizia fosse un concetto svuotato del suo significato più profondo?

Ricordati che quando una parola è abusata, vuol dire che chi la pronuncia non ci fa più attenzione, sa di non essere solo e di poterselo permettere, perché molti tutt’intorno fanno la stessa cosa, e quindi la declama a rotta di collo, la mette dovunque come si fa con il sale in cucina. E questa leggerezza, vedi, la svilisce, sembra un maglione indossato da troppe persone, c’è chi lo allarga, chi lo stringe, chi lo accorcia, chi lo macchia, chi lo ricuce.

L’anno che Bartolo decise di morire

Bartolo ha un’indole buona e generosa, è propenso all’ascolto e all’accoglienza, non ha fretta di giudicare e conosce il vero senso della compassione. Sa sentire quello che gli altri sentono e far proprie le fragilità di chi lo circonda.

Chissà come sarebbe stato […] essere diverso, non rispondere, non ascoltare, non prendere le parole degli altri ma lasciarle fluttuare con un breve transito di vento, non ragionarci sopra, chissà come sarebbe trascorso il suo tempo se non si fosse piegato a seguire i dolori altrui.

Bartolo non sa come sarebbe stato vivere una vita diversa, perché lui è benedetto e condannato a vivere la propria, che gli fa sentire tutto il dolore del mondo.
È un’anima bella, ma la bellezza può far male a chi da solo regge il peso di molte storie difficili senza la possibilità di condividere le proprie. E così pian piano si estranea dalla quotidianità semplice che gli appartiene, e nessuno sembra accorgersene fin quando di lui si perdono completamente le tracce.

La sua scomparsa – e il sentore della sua scomparsa -, sono i perni attorno ai quali prendono forma le vicende degli altri personaggi che popolano il romanzo; storie semplici che poggiano su identità inaspettatamente complesse e che vengono raccontate con onestà e fiducia.

Valentina Di Cesare conosce il mestiere di scrivere bene, e lo mette al servizio di un romanzo che offre molteplici punti di vista e di riflessione sul senso ultimo dell’esistenza.

Uno dei migliori romanzi che abbia letto negli ultimi anni.

Di Cesare, Valentina, L’anno che Bartolo decise di morire, Arkadia, collana Senza rotta, 2019, pp. 112, euro 13,00

Valentina Di Cesare è nata a Sulmona ed è cresciuta a Castel di Ieri, in provincia dell’Aquila. È insegnante di lettere alle scuole medie e giornalista culturale. Nel 2014 ha pubblicato il suo primo romanzo Marta la sarta (edito da Tabula Fati) mentre nel 2017 è uscito, per Urban Apnea Edizioni di Palermo, un suo racconto lungo intitolato Le strane combinazioni che fa il tempo.

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Eva Massari, veneta di nascita e milanese di adozione. Ho da poco superato i quaranta e ho fatto una bellissima festa per non pensarci. Mi occupo di relazioni pubbliche, col risultato che spesso trascuro le mie. Amo i palindromi perché più del verso mi intriga l’inverso, e mi piace avere l’ultima parola, anche se sono l’unica a sentirla. Ho imparato a stendere la sfoglia da una nonna bresciana, a fare i dolci da una vicentina, e a bruciare il sugo da sola. Vorrei avere una cabina armadio griffatissima e un posto auto vicino all’ufficio, ma nel frattempo giro per mercatini e prendo l’autobus. Ho inventato forEva in un giorno di maggio. Maggio sa perché.

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