L'uomo dei boschi, di Pierric Bailly

L’uomo dei boschi, di Pierric Bailly

L'uomo dei boschi, di Pierric Bailly

Cosa resta, dopo la morte?
Per Pierric Bailly il bisogno di riconoscere nell’uomo che perde la vita in circostanze non del tutto chiare, la figura del padre.
L’uomo dei boschi, in libreria dal 22 maggio per Edizioni Clichy, è un memoir lucido ed essenziale che indaga il rapporto tra un padre che nell’andarsene lascia un figlio che cerca di ritrovarlo e di ritrovarsi.
Christian Bailly ha poco più di sessant’anni quando, durante una passeggiata in un bosco, cade in una scarpata.
Una morte tragica e accidentale, forse. Il figlio scrittore, che di questa morte non capisce le ragioni, può solamente affidarsi alla potenza delle parole per elaborare la perdita.
Il risultato è un libro incisivo e a tratti spietato, ma anche intriso di tenerezza, del quale ho parlato con l’autore.

L’intervista a Pierric Bailly

Un libro autobiografico presenta necessariamente degli elementi soggettivi, ma L’uomo dei boschi sembra raccontare molte verità obiettive e universali. Quante forme di verità esistono?
Nel caso di un libro autobiografico la sensazione di verità che si può trovare nella lettura ha molto a che fare col modo in cui si pone il narratore, col suo modo di presentarsi e di porsi di fronte agli avvenimenti.
L’autore è un traghettatore, una presenza discreta, o si mette in scena e si fa coinvolgere nella storia?
E nel caso in cui si voglia far coinvolgere, si disegna un bel ruolo o si presenta con le sue debolezze e le sue fragilità?
In questo libro credo di essere abbastanza presente, impegnato, lucido di fronte agli avvenimenti, ma non cerco di valorizzarmi. Provo a essere tutt’al più pronto alle emozioni, con ciò che esse possono celare di inconfessabile o di contraddittorio. È un modo come un altro di cercare di formulare una verità. La verità di un uomo che si trova in una precisa situazione.

Come la morte di un padre può far crescere un figlio?
Se la morte di mio padre mi ha fatto crescere, dipende probabilmente dal fatto che questo avvenimento mi abbia permesso di conoscerlo meglio e amarlo veramente. Non mi sono mai sentito così vicino a lui come dopo la sua morte. In breve tempo, gli ho perdonato tutto.
Non ho più provato rancore verso di lui, per nessun motivo. Quando era vivo eravamo spesso in disaccordo, qualche volta addirittura in conflitto, ma in un certo senso la sua morte ha ammorbidito la nostra relazione. Auguro a chiunque affronti un tale evento di riuscire a raggiungere questo stadio, se non accadesse mi sembrerebbe orribile. Conservare della collera nei suoi confronti sarebbe molto distruttivo.

Parliamo di scrittura. Non ci sono licenze poetiche ma solo la rappresentatività dei fatti. Come è stato il processo di realizzazione di questo libro?
La poesia è ovunque, non solo nel lirismo o nell’enfasi. La poesia può nascere da un approccio molto realistico, avere un tono freddo e clinico. E poi sentivo che questo approccio sarebbe stato più adatto al tipo di soggetto. Ciò che volevo a tutti i costi evitare, di sicuro, era cadere nel pathos. Era fuori questione.
È un libro che ho scritto velocemente, spinto da una forma di urgenza; l’ho tenuto dentro per più di un anno, ma la sua stesura è durata solo qualche settimana. Aveva bisogno di uscire.

Ha mai pensato che questa trama potesse essere prestata alla fiction?
Moltissime storie cominciano con la scoperta di un cadavere, e anche questo libro comincia così. Però non si tratta di un romanzo poliziesco. La sfida era liberarmi di ogni elemento di finzione che questa storia, in apparenza, poteva contenere. Le circostanze della morte di mio padre sono talmente romanzesche che ho avuto bisogno di metterle per iscritto per riportare questa storia alla realtà. Forse cercavo di ricordare a me stesso che questi fatti sono veramente accaduti.

Bailly, Pierric, L’uomo dei boschi, Edizioni Clichy, 2018, traduzione di Tommaso Gurrieri, pp.140, euro 15,00

Nato a Champagnole nel 1982, Pierric Bailly ha vissuto a La Frasnée, poi ha traslocato a Lons-le-Saunier e poi a Poids-de-Fiole, quindi a Savagne, e nei suoi spostamenti ha studiato nelle scuole Aristide Briand, Rouget de L’Isle, Jean Michel e Paul Valéry. Dopo un periodo parigino ora vive a Grenoble.

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Eva Massari, veneta di nascita e milanese di adozione. Ho da poco superato i quaranta e ho fatto una bellissima festa per non pensarci. Mi occupo di relazioni pubbliche, col risultato che spesso trascuro le mie. Amo i palindromi perché più del verso mi intriga l’inverso, e mi piace avere l’ultima parola, anche se sono l’unica a sentirla. Ho imparato a stendere la sfoglia da una nonna bresciana, a fare i dolci da una vicentina, e a bruciare il sugo da sola. Vorrei avere una cabina armadio griffatissima e un posto auto vicino all’ufficio, ma nel frattempo giro per mercatini e prendo l’autobus. Ho inventato forEva in un giorno di maggio. Maggio sa perché.

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