Papi, di Rita Indiana

Papi, di Rita Indiana

Papi, di Rita Indiana

Gli archetipi prendono forma, nelle parole di Rita Indiana.
A un anno di distanza dall’uscita de I gatti non hanno nome, l’autrice caraibica torna in libreria per NN Editore con Papi, una storia che attraverso un uso potentissimo delle parole, dà forma ai pensieri più disparati.
Scritto in prima persona, il romanzo è un flusso di immagini, riflessioni, ricordi e speranze che una ragazzina associa al padre, una figura che ai suoi occhi diventa quasi mitologica. Perché Papi è più bello, simpatico, rispettato, generoso e potente di tutti gli altri padri del mondo. Possiede tutto, può comprare tutto, ha amici che lo adorano, seguaci che lo idolatrano e centinaia di fidanzate che partoriscono i suoi figli. Ma lui è solo suo, perché lei è la sua bambina preferita, l’unica a renderlo felice.
Fin dalle prime pagine si intuisce come la ragazzina, di cui non si conosce il nome, proietti sul padre un’immagine fantasiosa e fantastica costruita per sopportare la realtà che è invece fatta di mancanze fisiche ed emotive, di scene di violenza, situazioni di pericolo, personaggi loschi e rischi continui.
Perché Papi è un narcos, e il crimine è la sua vita.
E a una figlia, per continuare ad amare un padre, non rimane che costruirsi l’immagine di lui che vorrebbe, e darle poi forma, spessore e voce con un misto di ingenuità e sofferenza.

Rita Indiana si concede licenze linguistiche che nell’ottima traduzione di Vittoria Martinetto rafforzano l’immagine di una bambina confusa e turbata, ma ferocemente attaccata al desiderio di normalità. Leggere Papi, si diceva in apertura, significa abbandonarsi a parole che generano pensieri e immagini di straordinaria vividezza. Un’esperienza non comune, che lascia il segno.

Indiana, Rita, Papi, NN Editore, traduzione di Vittoria Martinetto, pp. 173, euro 17,00

 

Share

Eva Massari, veneta di nascita e milanese di adozione. Ho da poco superato i quaranta e ho fatto una bellissima festa per non pensarci. Mi occupo di relazioni pubbliche, col risultato che spesso trascuro le mie. Amo i palindromi perché più del verso mi intriga l’inverso, e mi piace avere l’ultima parola, anche se sono l’unica a sentirla. Ho imparato a stendere la sfoglia da una nonna bresciana, a fare i dolci da una vicentina, e a bruciare il sugo da sola. Vorrei avere una cabina armadio griffatissima e un posto auto vicino all’ufficio, ma nel frattempo giro per mercatini e prendo l’autobus. Ho inventato forEva in un giorno di maggio. Maggio sa perché.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *