La caduta dei Golden, di Salman Rushdie

La caduta dei Golden, di Salman Rushdie

La caduta dei Golden, di Salman Rushdie

I taccuini sono luoghi magici, e se a volte restituiscono ricordi che avremmo preferito seppellire, altre volte ci rimandano alla meraviglia di qualcosa che sembrava perduto e che invece è lì, più vivo che mai.

Non credo sia stato un caso l’aver aperto dopo molto tempo l’agenda che riempivo di appunti quando – ero davvero alle prime armi – gironzolavo per festival e presentazioni alla ricerca dell’ispirazione che mi avrebbe fatto vincere il Pulitzer.
Sono passati molti anni e molte agende da allora, io non ho vinto il Pulitzer ma ho imparato che la scrittura, anche quella giornalistica, deve molto alle intuizioni e alle ispirazioni, ma ancor di più alla dedizione. Ho imparato che la narrazione, in ogni forma, non può mai essere negletta.

Era il 2009…

Tanto tempo fa ho sentito dire che “non ci abbandoniamo più ai racconti come succedeva una volta, ma essere messi di fronte alla sfida di dover raccontare una storia superando anche la mancanza di tempo e forse una certa mancanza di pubblico, ci impone di rimanere vigili e rispettosi di chi, per fortuna, ancora legge”.
Queste parole sono state pronunciate da Salman Rushdie il 17 maggio del 2009, al salone del libro di Torino, in una sala gremita per la presentazione de L’incantatrice di Firenze (Mondadori), e il mio taccuino me le ha riconsegnate poche ore prima che mi accingessi a scrivere del suo nuovo libro, e di uno degli incontri più fortunati della mia vita.

La caduta dei Golden

Otto anni e molte parole scritte dopo, ho avuto la possibilità di chiacchierare con Salman Rushdie insieme ad altri blogger, in un incontro ristretto organizzato per l’uscita del suo ultimo romanzo, La caduta dei Golden da poche settimane in libreria per Mondadori.
Un romanzo di quasi cinquecento pagine in cui l’autore mette in scena una saga familiare dalle tinte fosche; Nero Golden approda a New York dall’India, insieme ai suoi tre figli, e va a vivere in una lussuosissima domus aurea nel cuore della città.
La moglie di Nero è morta durante gli attentati di Mumbay del 2008, e forse proprio per lasciarsi alle spalle un passato tanto doloroso, il ricchissimo imprenditore sceglie di lasciare la sua patria.
Qualcosa però, non torna. La villa dei Golden sembra una fortezza inaccessibile, nulla trapela dell’attività di Nero, e nel quartiere molti cominciano a farsi delle domande su quell’uomo strano e sui suoi figli Petronio, Apuleio e Dioniso.
Tra i curiosi c’è René, un ragazzo borghese con velleità da regista, affascinato dalle vite misteriose dei Golden ai quali finirà per legarsi in maniera indissolubile.
A René, che è anche la voce narrante, spetta il compito di raccontare perché il capofamiglia abbia imposto ai figli, prima di lasciare l’India, di cambiare i loro nomi; dovrà raccontare le contraddizioni di New York, città stupenda e vigliacca, premurosa e matrigna, e dovrà anche dirci cosa c’è nel limbo che separa la menzogna dalla verità.

Una domanda

Il concetto di verità e rappresentazione è al centro di tutta l’opera, secondo me.

Nel libro, e nella vita, molti personaggi mettono in scena una rappresentazione di loro stessi, ma quando la rappresentazione finisce, quando si esce di scena, si è più vicini o più lontani dalla verità?
L’ho chiesto a Rushdie, che ha posto l’accento su come il suo romanzo si concentri sull’ hic et nunc, sul qui e ora, e di come riporti situazioni a volte conflittuali accadute in un preciso attimo, forse non ripetibili, ma che caratterizzano i personaggi e la storia nel momento esatto in cui capitano, regalando un’esperienza di lettura contemporanea.
Non si tratta dunque di vicinanza o distanza dalla verità, ma di capacità di riconoscere ciò che succede, nel momento in cui succede, e di farci poi, inevitabilmente, i conti.

Leggere Rushdie per me è sempre stato totalizzante; significa immergersi nella sua cultura, nella sua sapienza, nella lucidità del racconto e nella consapevolezza del peso di ogni singola parola. In questo romanzo, tradotto magistralmente da Gianni Pannofino, la magia continua.

Scriverò sul mio taccuino ritrovato le emozioni che ho vissuto durante questo incontro prodigioso con uno dei miei autori preferiti, e so che ogni volta che lo sfoglierò sorriderò, ripensando a quella magia.
Sorriderò, come ora.

Rushdie, Salman, La caduta dei Golden, traduzione di Gianni Pannofino, Mondadori, pp. 452, euro 23,00

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Eva Massari, veneta di nascita e milanese di adozione. Ho da poco superato i quaranta e ho fatto una bellissima festa per non pensarci. Mi occupo di relazioni pubbliche, col risultato che spesso trascuro le mie. Amo i palindromi perché più del verso mi intriga l’inverso, e mi piace avere l’ultima parola, anche se sono l’unica a sentirla. Ho imparato a stendere la sfoglia da una nonna bresciana, a fare i dolci da una vicentina, e a bruciare il sugo da sola. Vorrei avere una cabina armadio griffatissima e un posto auto vicino all’ufficio, ma nel frattempo giro per mercatini e prendo l’autobus. Ho inventato forEva in un giorno di maggio. Maggio sa perché.

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