Banksy a Milano. Il senso di una mostra

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Un’immagine di The world of Banksy, esposizione a Milano, 2022

Banksy è contro la mercificazione dell’arte, ha dunque senso per i suoi estimatori andare a vedere un’esposizione a lui dedicata pur conoscendo la sua posizione in merito?

Riavvolgiamo il nastro.

Banksy è ad oggi probabilmente lo sconosciuto più conosciuto del mondo: dello street artist infatti molti conoscono le opere, ma nessuno l’identità. Anche lui pare in effetti alla continua ricerca di sé stesso, tanto è vero che sul sito Pest control, che fa riferimento alla società di diritto che ha istituito per autenticare le sue opere, nella sezione questions si legge:

I believe I have worked out who Banksy really is. Great, Banksy hugely appreciates any suggestions and is currently struggling with that very question.

Io lo amo e più volte, negli anni, ho scelto di viaggiare scegliendo luoghi dove sapevo che avrei trovato dei suoi lavori. È anche successo che li cercassi per ore non sapendo che erano stati rimossi – per questo conosco Camden Town meglio del mio quartiere! – ma questa è un’altra storia o meglio, è la storia di quanto la sua arte sia stata disturbante per alcune amministrazioni locali anche se, va detto, visto il successo planetario degli ultimi anni accade sempre più raramente che si decida di cancellare (censurare?) una sua opera, che peraltro fa aumentare fino a quattro volte il valore commerciale dell’immobile dove appare.

La tecnica

Banksy è stato uno dei primi artisti a utilizzare per i suoi murales la tecnica dello stencil, che ha preferito allo spray che usava a inizio carriera, che consente un’esecuzione rapida, fondamentale per chi ha scelto di muoversi nell’anonimato. Per lo stencil infatti si usa una maschera in negativo, fissata su un supporto rigido e preparata preliminarmente, dell’immagine che si vuole realizzare, basta poi appoggiarla alla superficie e spruzzare il colore negli spazi vuoti. Il gioco è fatto e l’arte è servita.

Il messaggio

La cultura di massa, con le sue derivazioni, è al centro del suo interesse. Provocatore di natura, guarda il mondo dal basso scegliendo temi che vanno contro l’omologazione, l’establishment, l’inquinamento, le forze dell’ordine quando sono violente, le disuguaglianze sociali e la ferocia della guerra. Famosissimi i suoi ratti, che da una parte si inseriscono nell’ambito della difesa degli animali contro il maltrattamento, dall’altra rappresentano il lato nascosto, quello che non ci piace vedere ma che esiste e si manifesta con forza. E a proposito, rats non è forse l’anagramma di arts? Non sarà che l’arte serve anche a far mergere il sommerso?

Rat with 3D glasses, Milano, The World of Banksy
Rat with 3D glasses, Milano, The World of Banksy

Le sue opere si trovano in tutto il mondo e alcune sono davvero famosissime, basti pensare alla ragazzina palestinese che perquisisce un soldato israeliano e alla colomba della pace che indossa un giubbino antiproiettile con un mirino sul petto, entrambe a Betlemme, o ancora alla serie londinese – oggi non più visibile –  di murales che rappresentano una bambina con col palloncino a forma di cuore che le sfugge di mano e viene portato via dal vento. Il posizionamento delle opere non è mai causale, come non è casuale l’idea di comunicare l’arte con l’ironia non certamente riferita a ciò che viene rappresentato, ma al destinatario finale di quell’arte che in questo modo dovrebbe spingersi a riflettere su alcuni temi. Dovrebbe.

Personalmente, tra i suoi lavori mi piace moltissimo la Falling shopper, che è una critica precisa al consumismo e non a caso si trova a Mayfair, una delle zone dello shopping di Londra, e che vedete qui sotto in uno dei diecimila scatti che ho fatto quando l’ho vista per la prima volta.

Falling shopper, Mayfair, Londra

Il senso

Io potrei andare avanti per ore a scrivere di Banksy e di street art spinta dalla passione enorme che provo nei confronti di questa forma artistica, ma siccome questo è un blog a una certa bisogna arrivare al dunque, e quindi ci arrivo, riproponendo la domanda iniziale: perché vedere una mostra dedicata a un artista che non autorizza mostre? Ha senso?

A seconda dei casi, dal mio punto di vista.

Non è una presa di posizione, direte voi, e invece lo è.

Non ha senso se la mostra è un’accozzaglia di quadretti che rappresentano i suoi lavori più famosi – e credetemi, ne ho visti di allestimenti così –, e non he ha in generale perché nulla del ricavato va nelle tasche dell’artista o della sua organizzazione, ma ci sono delle eccezioni: succede infatti che il percorso espositivo racconti una storia e permetta un’immersione nel mondo dell’artista. Certo è vero, l’ho scritto prima che i suoi stencil trovano radici nel luogo in cui vengono espressi, e rimane il disagio nel vedere qualcosa di non autorizzato e nel vedere le file di persone che comprano gadget altrettanto non autorizzati, questo sì, lo ammetto.

Ma. Ma è anche vero che vista l’impossibilità, almeno per me anche se giuro che vorrei, di fare l’intero giro del pianeta sulle sue tracce, una mostra diventa un modo per sentirsi parte di qualcosa.

E mi sono sentita parte di qualcosa quando qualche giorno fa ho visto The World of Banksy alla Galleria dei Mosaici in Stazione Centrale a Milano.

L’allestimento prezioso nelle scelte minimaliste, nella luce che non disturba la visione, nel silenzio dei passi, e le voci di sottofondo che davanti alle opere si confrontavano sulla strage del Bataclan, sulle politiche migratorie, sull’uso delle armi, mi hanno fatto sentire un po’ di umanità in questo momento in cui sentire qualcosa è già tanto. Quindi sì, a titolo del tutto personale, ha avuto un senso.

Nota bene

Banksy vende le sue opere attraverso diversi canali certificati, non si sa a oggi come venga impiegato il ricavato.

Si dice Banksy, non Bansky

Info utili: la mostra The World of Banksy è visibile alla Galleria dei Mosaici, presso la Stazione Centrale di Milano fino al 27 febbraio 2022, ed è chiusa il lunedì.

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Sono veneta di nascita e milanese di adozione. Fiera di essere nata negli ultimi anni Settanta, quando ho compiuto quarant’anni ho fatto una bellissima festa per non pensarci. Mi occupo di comunicazione digitale, quindi sto più spesso davanti al pc che a un cocktail per un happy hour. Ho iniziato da bambina a girare il mondo insieme ai miei amici: sono partita per il New England con Louisa May Alcott, ho visto Macondo con Gabriel Garcia Marquez, mi sono fermata a Derry con Stephen King, mi sono imbarcata sul Pequod con Herman Melville e sono stata in Grecia con Oriana Fallaci. Il viaggio continua, spesso verso luoghi sconosciuti, sempre con la voglia di perdermi cercando la strada. Ho una passione per la letteratura noir, anche perché si sa che il nero snellisce. Amo i palindromi perché più del verso mi intriga l’inverso, e mi piace avere l’ultima parola, anche se sono l’unica a sentirla. Ho imparato a stendere la sfoglia da una nonna bresciana, a fare i dolci da una vicentina, e a bruciare il sugo da sola. Vorrei avere una cabina armadio griffatissima e un posto auto vicino all’ufficio, ma nel frattempo giro per mercatini e prendo l’autobus. Ho inventato forEva nel 2017, in un giorno di maggio. Maggio sa perché. Ho lavorato per molti portali online dedicati alla letteratura. Qui chiacchiero di libri, intervisto autori, racconto iniziative e segnalo uscite interessanti. Sono una lettrice, non un critico, e anche se non mi piace leggere tutto e non tutto quello che leggo mi piace, nel blog ho scelto di condividere solo esperienze legate ai libri che amo. Scrivimi a eva@foreva.it

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