Di madre in figlia, di Concita De Gregorio

Di madre in figlia, pubblicato da Feltrinelli, è un romanzo fatto di sguardi che osservano molto da vicino la materia fragile che sta alla base dei legami familiari.
Concita De Gregorio sceglie una storia semplice – tre donne, tre generazioni, una casa isolata – e la fa diventare un laboratorio silenzioso in cui si misura il peso delle eredità invisibili. Nonna Marilù, la figlia Angela e la nipote Adelaide -Adè- non si somigliano, non si capiscono fino in fondo, ma nonna e nipote, che quasi nemmeno si conoscono, si trovano più per necessità più che per volontà, a condividere lo stesso spazio e lo stesso tempo. Ed è proprio lì, nella convivenza forzata e imperfetta, che iniziano a emergere fratture, ma anche piccoli tentativi di avvicinamento.
Il romanzo si muove col il ritmo necessario della lentezza: quello lento è il tempo che serve per accorgersi, per ascoltare senza rispondere subito, per rispettare il silenzio degli altri senza scambiarlo per ostilità. De Gregorio non costruisce personaggi esemplari o dialoghi risolutivi, preferendo raccontare lo scorrere della vita nelle sue contraddizioni . Non c’è un momento in cui tutto si chiarisce, non arriva la grande rivelazione. Eppure qualcosa si muove, e si muove sempre. A volte basta un gesto, una frase lasciata a metà, un dettaglio che torna: tracce minime di un cambiamento possibile.
Di madre in figlia
Marilù è una nonna che sembra più uno spettro che una presenza, ma la sua opacità è reale, credibile, mai stilizzata. Angela è una madre in disequilibrio costante, tra quello che avrebbe voluto diventare e quello che sente di non essere stata. Adelaide è l’unica che ancora può scegliere, ma non è affatto libera dal passato che le altre le hanno consegnato, anche senza volerlo. Nessuna delle tre ha il ruolo della vittima o della colpevole, ed è proprio questa distribuzione diseguale – ma umana – di forza, fragilità, difesa e resa, a rendere autentico il loro rapporto.
Ciò che colpisce è l’assenza di sentimentalismo. Non ci sono scene madri, nessun tentativo di commuovere a tutti i costi. De Gregorio scrive come chi conosce bene le pieghe di certi rapporti: quelli che durano tutta la vita ma non si dicono quasi nulla, quelli in cui ci si ama senza capirsi, quelli in cui l’amore arriva sempre un po’ troppo tardi, eppure arriva. Il romanzo non vuole consolare né giudicare: lascia spazio al dubbio, all’ambivalenza, al tempo che ci mettiamo – spesso tutto quello che abbiamo – per perdonare, o semplicemente per vedere l’altro per quello che è.
Di madre in figlia è una storia piccola e densa. Parla piano, non si fa notare subito, ma resta addosso. È un libro per chi sa ascoltare tra le righe, per chi cerca nei romanzi uno specchio imperfetto in cui riconoscere qualcosa di sé, magari senza sapere bene cosa.
De Gregorio, Concita, Di madre in figlia, Feltrinelli, 2025, pp. 160, euro 16,00
Concita De Gregorio si è laureata all’Università di Pisa in Scienze Politiche, e ha iniziato la professione nelle radio e tv locali toscane passando poi a «il Tirreno» dove, per otto anni, ha lavorato nelle redazioni di Piombino, Livorno, Lucca e Pistoia. Nel 1990 è passata al quotidiano la Repubblica, dove si è occupata di cronaca e di politica interna. Dal 2008 al 2011 è stata direttore de «l’Unità».
Tra le sue pubblicazioni si ricordano Non lavate questo sangue (Laterza, 2001); Una madre lo sa. Tutte le ombre dell’amore perfetto (Mondadori, 2006); Malamore. Esercizi di resistenza al dolore (Mondadori, 2008); Così è la vita (Einaudi, 2011); Un giorno sull’isola (Einaudi, 2014); Mi sa che fuori è primavera (Feltrinelli, 2015); Cosa pensano le ragazze (Einaudi, 2016) e Nella notte (Feltrinelli, 2019).
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