La strada di casa, di Kent Haruf

La strada di casa, di Kent Haruf

La strada di casa, di Kent Haruf

La strada di casa è quella che sembra di percorrere ogni volta che si torna a Holt, cittadina immaginaria del Colorado.

Esce oggi per NN Editore, dopo un rinvio forzato dalla pandemia Covid-19, l’ultimo romanzo di Kent Haruf – ultimo in ordine di pubblicazione in Italia ma secondo in ordine cronologico di scrittura – e c’è da credere che la malinconia investirà i molti lettori che si sono affezionati alle storie gentili nate dalla penna di un autore del quale si continua a sentire la mancanza.

Scritto dopo Vincoli, La strada di casa restituisce ancora una volta una scrittura materica e solida, fondata sulla verità dei luoghi e di chi li abita, una scrittura che preferisce ferire che ingannare, mostrare invece di nascondere. C’è una tensione crescente in questo romanzo, che prende il via dal ritorno di Jack Bourdette a Holt a bordo di una macchina nuova fiammante, che stona tra le strade della città tanto quanto chi la guida.

Bourdette osa tornare dopo essersi macchiato di una colpa gravissima che ha avuto ripercussioni sull’intera comunità ben otto anni prima, e spavaldo e arrogante sembra pronto a sfidare i suoi concittadini che mai avrebbero pensato di poterlo rivedere.

La strada di casa

È di Pat Arbuckle, direttore del giornale locale, il compito di far conoscere a lettore la storia di Bourdette, suo amico d’infanzia. Pat racconta una vita turbolenta a scuola, nelle relazioni coi coetanei, di mille intrallazzi, della totale mancanza di prospettiva e ancor più di fiducia tradita, di bene gettato via. Ne esce un personaggio complesso – detestabile certo, ma complesso – che si immagina possa portare solo altro scompiglio e altro dolore.

In questo romanzo emergono molti temi cari a Haruf: quello della maternità per esempio, che qui trova diverse chiavi di lettura, ma anche quello dell’assenza che sembra essere il principio che accomuna tutti i personaggi, per motivi diversi. E ancora la speranza, la vita, l’accoglienza e la dignità.

Ci siamo davvero, dunque: questa è l’ultima volta che si torna ad Holt, non ci saranno altre storie da scoprire, altre persone da conoscere, altre vie da percorrere. Però, se come scriveva Cesare Pavese “Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”, per molti Holt sarà il luogo cui tornare, più e più volte.

Haruf, Kent, La strada di casa, 2020, traduzione di Fabio Cremonesi, pp. euro 18,00

Kent Haruf (1943-2014), scrittore americano, dopo la laurea alla Nebraska Wesleyan University ha insegnato inglese. Prima di dedicarsi alla scrittura ha svolto diversi lavori, come operaio, bracciante, bibliotecario. Grazie ai suoi romanzi, tutti ambientati nella fittizia cittadina di Holt, ha ricevuto diversi riconoscimenti, tra cui il Whiting Foundation Award e una menzione speciale dalla PEN/Hemingway Foundation. Con il romanzo Il canto della pianura è stato finalista al National Book Award, al Los Angeles Times Book Prize, e al New Yorker Book Award. Con Crepuscolo, secondo romanzo della Trilogia della Pianura, ha vinto il Colorado Book Award, mentre Benedizione è stato finalista al Folio Prize.

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Sono veneta di nascita e milanese di adozione. Fiera di essere nata negli ultimi anni Settanta, quando ho compiuto quarant’anni ho fatto una bellissima festa per non pensarci. Mi occupo di comunicazione digitale, quindi sto più spesso davanti al pc che a un cocktail per un happy hour. Ho iniziato da bambina a girare il mondo insieme ai miei amici: sono partita per il New England con Louisa May Alcott, ho visto Macondo con Gabriel Garcia Marquez, mi sono fermata a Derry con Stephen King, mi sono imbarcata sul Pequod con Herman Melville e sono stata in Grecia con Oriana Fallaci. Il viaggio continua, spesso verso luoghi sconosciuti, sempre con la voglia di perdermi cercando la strada. Ho una passione per la letteratura noir, anche perché si sa che il nero snellisce. Amo i palindromi perché più del verso mi intriga l’inverso, e mi piace avere l’ultima parola, anche se sono l’unica a sentirla. Ho imparato a stendere la sfoglia da una nonna bresciana, a fare i dolci da una vicentina, e a bruciare il sugo da sola. Vorrei avere una cabina armadio griffatissima e un posto auto vicino all’ufficio, ma nel frattempo giro per mercatini e prendo l’autobus. Ho inventato forEva nel 2017, in un giorno di maggio. Maggio sa perché. Ho lavorato per molti portali online dedicati alla letteratura. Qui chiacchiero di libri, intervisto autori, racconto iniziative e segnalo uscite interessanti. Sono una lettrice, non un critico, e anche se non mi piace leggere tutto e non tutto quello che leggo mi piace, nel blog ho scelto di condividere solo esperienze legate ai libri che amo. Scrivimi a eva@foreva.it

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