L'albero della nostra vita, di Joyce Maynard

L’albero della nostra vita, di Joyce Maynard

L'albero della nostra vita di Joyce Maynard

Mi è bastata la copertina per scegliere di leggere L’albero della nostra vita, NN editore: ci ho visto il tempo lento della campagna, una famiglia intorno a un tavolo, il vento che porta via i pensieri; ovviamente non ci avevo preso per niente ma non importa, e comunque rimane il fatto che a me basta sapere che c’è una storia legata a una famiglia, soprattutto se è americana, per lanciarmi in una lettura.

Mi sono lanciata, e sono entrata nelle vite di Eleanor, Cam, Alison, Ursula e Toby, padre e madre i primi due, figli in ordine di nascita gli altri. Il punto di partenza è Eleanor, che fa l’illustratrice di libri per bambini e che coi suoi guadagni compra una casa diroccata nella campagna nel New Hampshire dove ha l’impressione siano vissute persone felici prima di lei, e dove si trasferisce presto anche Cam, un intagliatore di ciotole di legno conosciuto a un mercatino.

È la fine degli anni Settanta e l’amore tra i due fa sembrare tutto possibile, perfino il fatto che le cicatrici possano guarire senza che nessuno pensi più a cosa le ha provocate. Ma non funziona così, e si scopre presto. La nascita dei tre figli rende tutto inizialmente colorato e spensierato, ma dietro ai pomeriggi a giocare sotto il grande frassino che domina la campagna, i bigliettini per san Valentino e gli omini di sughero da far galleggiare nel torrente dietro casa, qualcosa comincia a cedere, e tocca a Eleanor farsi interprete di questo cambiamento.

L’albero della nostra vita

Si scopre fin dalle prime pagine che qualcosa nel progetto di famiglia di Eleanor è andato storto: la ritroviamo non più giovanissima mentre va al matrimonio del suo primogenito che si celebra in quella che è stata la sua casa, alla presenza del suo ex marito. Se i luoghi parlano, e io credo che lo facciano, quella casa vegliata da un frassino racconta il sogno di una donna che vuole per sé una famiglia diversa da quella anaffettiva che ha avuto, di un uomo che si fa interprete di quel desiderio, ma non a tutti i costi, e di tre bambini che crescono segnati da un terribile incidente ma che, nonostante tutto, cercano di crearsi una loro identità. Sembra che tutti abbiano idea di quello che vogliono essere, tranne Eleanor: Eleanor che ha comprato quella casa coi suoi risparmi, che ha pensato al benessere del marito e dei figli, che ha fatto quadrare i conti, messo la cena in tavola ogni giorno e cercato di farsi amare in ogni modo, sembra non farcela più. Sembra non riconoscersi più, e questo straniamento fa ancora più rumore se confrontato con il carattere di Cam, che sembra fin troppo mansueto fino a quando l’incidente cui facevo riferimento ne rileverà la capacità di reazione, e con quello dei tre bambini che con forza affermano la loro identità.

Ci sono libri dei quali non ricordo i dettagli, se non per sommi capi, ma per le sensazioni e le emozioni che ho sentito. De L’albero della nostra vita invece ricordo tutto: sarà perché in questi mesi sto pensando molto a quanto i contesti nei quali ci troviamo ci influenzino, perché con le aspettative ho fatto a botte prima di imparare che certe volte è meglio godersi il viaggio prima della meta, o perché questa storia potrebbe essere ambientata oggi, ieri o mille anni fa ma ci restituirebbe sempre l’idea della complessità delle relazioni, ma credo che se un libro riesce a farci provare un senso di compassione per gli altri e per noi stessi, come è successo in questo caso a me, allora sia un libro da tenere nel cuore.

Maynard, Joyce, L’albero della nostra vita, NN editore, 2022, traduzione di Silvia Castoldi, pp. 496, euro 20,00

Joyce Maynard è una scrittrice e sceneggiatrice americana, giornalista per il New York Times, Vogue, O, The Oprah Magazine, e The New York Times Magazine. Ha pubblicato diciassette libri, tra cui At Home in the World, che racconta la sua relazione da giovanissima con J.D. Salinger. Il suo romanzo To Die For è diventato il celebre film Da morire, così come Labor Day, di prossima pubblicazione per NNE, è stato portato sul grande schermo da Jason Reitman.

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Sono veneta di nascita e milanese di adozione. Fiera di essere nata negli ultimi anni Settanta, quando ho compiuto quarant’anni ho fatto una bellissima festa per non pensarci. Mi occupo di comunicazione digitale, quindi sto più spesso davanti al pc che a un cocktail per un happy hour. Ho iniziato da bambina a girare il mondo insieme ai miei amici: sono partita per il New England con Louisa May Alcott, ho visto Macondo con Gabriel Garcia Marquez, mi sono fermata a Derry con Stephen King, mi sono imbarcata sul Pequod con Herman Melville e sono stata in Grecia con Oriana Fallaci. Il viaggio continua, spesso verso luoghi sconosciuti, sempre con la voglia di perdermi cercando la strada. Ho una passione per la letteratura noir, anche perché si sa che il nero snellisce. Amo i palindromi perché più del verso mi intriga l’inverso, e mi piace avere l’ultima parola, anche se sono l’unica a sentirla. Ho imparato a stendere la sfoglia da una nonna bresciana, a fare i dolci da una vicentina, e a bruciare il sugo da sola. Vorrei avere una cabina armadio griffatissima e un posto auto vicino all’ufficio, ma nel frattempo giro per mercatini e prendo l’autobus. Ho inventato forEva nel 2017, in un giorno di maggio. Maggio sa perché. Ho lavorato per molti portali online dedicati alla letteratura. Qui chiacchiero di libri, intervisto autori, racconto iniziative e segnalo uscite interessanti. Sono una lettrice, non un critico, e anche se non mi piace leggere tutto e non tutto quello che leggo mi piace, nel blog ho scelto di condividere solo esperienze legate ai libri che amo. Scrivimi a eva@foreva.it

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