Tredici canti, di Anna Marchitelli

Tredici canti, di Anna Marchitelli

Questo libro contiene tredici autobiografie – canti -, che sono il risultato della riscrittura di altrettante cartelle cliniche provenienti dall’archivio dell’ex ospedale psichiatrico Leonardo Bianchi di Napoli.

Non è un caso che i canti scelti siano tredici. Questo numero infatti si ripresenta ciclicamente nel testo attraverso analogie che seppur non intenzionali, riportano costantemente l’attenzione sui diversi significati che la cifra rappresenta. Per raccontare queste storie si parte dunque dal tredici, il numero che nei tarocchi è associato alla morte ma, secondo i riti iniziatici, intesa anche come trasformazione e rinascita.

Anna Marchitelli per Neri Pozza ha idealmente ricreato tredici autobiografie di folli o presunti tali, alcuni conosciuti e altri no, che attraverso la sua voce raccontano la loro verità.

Tra evidenza scientifica e finzione creativa, il libro ci accompagna in un viaggio attraverso la malattia psichiatrica così come la si intendeva all’incirca tra il 1870 e il 1940. Corre l’obbligo di ricordare che la legge Basaglia è stata promulgata solo il 13 (13!) maggio 1978, e che fino ad allora le logiche che regolamentavano questo tipo di patologie erano di esclusivo tipo manicomiale.

Tredici canti

Come si stava in manicomio, e chi ci finiva?

Ci è finita per esempio Maria Michela Guarino, la gravida che ci racconta di essere stata ammessa al Leonardo Bianchi nel 1871, a trentatré anni. Maria Michela è una donna come tante altre, felice di aspettare il primo figlio dall’adorato marito Raffaele. Eppure chi le sta intorno sembra non comprendere la sua gioia; non la capisce il marito, che diventa aggressivo nel dirle che senza intimità non è possibile procreare, e non la rassicura nemmeno la madre che la invita a non parlare con nessuno di quella gravidanza. Ma lei non può permettersi di dar retta a chi cerca di confonderla, e protegge il suo bambino da tutti e da tutto, soprattutto da quel sangue che ogni mese le fa visita ma che lei ogni volta riesce a mandare via in pochi giorni comprimendo il ventre.

“Era la primavera del 1871 quando da Torre Annunziata, con i miei sfioriti trentatré anni, mi portarono nel manicomio di Napoli. Lì mi fecero abortire senza ferri senza tagli senza sangue, una notte da sola in uno stanzone con le grate alle finestre persi tutti i figli che non avevo avuto. L’unica cosa che in manicomio non mi tolsero fu il sangue, veniva a farmi visita spesso ma senza puntualità, se ne andava, tornava, e io lo andavo dicendo a tutti: tengo il sangue stamattina, lo devo interrogare, forse sono incinta”.

Il canto di Maria Michela si unisce a quello di altre dodici voci, voci che si sentono ancora indistintamente nonostante gli anni, nonostante le ‘cure’.

Ascoltare questi canti è un modo sicuramente non sufficiente per ridare dignità a persone alle quali è stata negata, e non per loro colpa.

Credo che questo libro, a tratti inevitabilmente straziante, meriti una duplice lettura: una emotiva, sicuramente, che spinge a domandarsi quale sia il confine tra la normalità e tutto ciò che sta dall’altra parte, e una critica, che impone una riflessione sul concetto di cura, di come ci si acceda, di quanto sia necessario ancora oggi ribadire fermamente che le patologie psichiatriche siano per l’appunto patologie, e non si possano classificare sotto il cappello di generiche paturnie.

Chi pensa che ormai la psichiatria sia una branchia della medicina sdoganata, cade in errore.

Marchitelli, Chiara, Tredici canti, Neri Pozza, 2018, pp. 157, euro 13,50

Anna Marchitelli (Napoli 1982) si è laureata in Lettere Moderne e in Filologia Moderna all’Università degli Studi di Napoli Federico II. Collabora con le pagine della cultura e dello spettacolo per il “Corriere del Mezzogiorno”. Dal 2010 al 2016 ha collaborato, nelle stesse pagine, con “la Repubblica” (edizione di Napoli). Nell’ottobre del 2017 ha pubblicato la sua prima raccolta di poesie, Certe stanze, per Manni Editori. Nel 2018 ha pubblicato il romanzo Tredici canti (12+1).

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Eva Massari, veneta di nascita e milanese di adozione. Ho da poco superato i quaranta e ho fatto una bellissima festa per non pensarci. Mi occupo di relazioni pubbliche, col risultato che spesso trascuro le mie. Amo i palindromi perché più del verso mi intriga l’inverso, e mi piace avere l’ultima parola, anche se sono l’unica a sentirla. Ho imparato a stendere la sfoglia da una nonna bresciana, a fare i dolci da una vicentina, e a bruciare il sugo da sola. Vorrei avere una cabina armadio griffatissima e un posto auto vicino all’ufficio, ma nel frattempo giro per mercatini e prendo l’autobus. Ho inventato forEva in un giorno di maggio. Maggio sa perché.

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