L'uomo di Kiev, di Bernard Malamud

L’uomo di Kiev, di Bernard Malamud

L'uomo di Kiev, di Bernard Malamud

Yakov Bok è un tuttofare che abbandona lo shetl (in yiddish piccola città) dove è nato e dove negli anni ha trovato solo miseria e infelicità per raggiungere Kiev, dove spera di trovare un impiego decente. È il 1911 e la Russia zarista è segnata dall’antisemitismo che sfocia nei pogrom, per questo quando Yakov trova lavoro come sorvegliante in una fabbrica di mattoni di proprietà di un gentile, esponente delle Centurie Nere, evita di confessargli di essere ebreo.

Yakov si professa libero pensatore, conosce il pensiero di Spinoza ed è lontano dal suo Dio, ma non si sente comunque a proprio agio nell’aver nascosto le sue origini, e non si sente al sicuro nel quartiere dove lavora, che è uno dei luoghi della città vietati agli ebrei. Si sente in pericolo, sempre, ma lo stipendio che riceve è una promessa di cambiamento, e quindi resta.

L’uomo di Kiev

Passano poche settimane, e accanto alla fabbrica di mattoni viene trovato il cadavere di un bambino le cui sevizie, secondo le autorità, ricondurrebbero a un rito propiziatorio di stampo religioso. Ebraico, nello specifico.

Nel periodo che ha passato nella fabbrica di mattoni Yakov è stato spiato da molti occhi; le sue origini sono ora note a tutti, e lui diventa il candidato perfetto per essere accusato dell’omicidio. A poco valgono le sue spiegazioni perché se un ebreo mente rispetto alla sua religione viene ritenuto capace di mentire anche rispetto alla propria innocenza.

Yakov provava disperatamente a riordinare in una sequenza comprensibile gli eventi che lo avevano portato, senza remissione, dalla partenza dallo shetl alla prigione di Kiev, ma pensare a tutte quelle esperienze strane e imprevedibili come al prodotto significativo di una serie di eventi concatenati lo mandava in confusione. […] Lui aveva commesso alcuni errori, e li aveva pagati a usura. In una notte buia, una fitta ragnatela nera era caduta su di lui per il semplice motivo che vi stava sotto, e per quanto corresse in ogni direzione non riusciva a districarsi dalle sue spire appiccicose.

Yakov in cella pensa, e resiste. Pensa che prima o poi la sua innocenza sarà dimostrata e attende con fiducia l’atto d’accusa che lo porterà al processo perché a quel punto potrà avere un avvocato, e difendersi. Resiste al freddo, al cibo schifoso, all’ambiente putrido e alla solitudine in attesa di quell’atto che però, sembra non arrivare mai. Passano i giorni e aumentano le pressioni da parte della polizia perché confessi l’omicidio, e insieme cominciano ad arrivargli voci di possibili ritorsioni – un nuovo pogrom? – verso la comunità ebraica che in mancanza della confessione diventa nella sua interezza responsabile dell’accaduto.

Yakov Bok è consapevole di essere il capro espiatorio di una vicenda che nasconde ben altri retroscena, e sa di non avere, da solo, gli strumenti per uscire da quella situazione. Cerca di rimanere lucido, di fidarsi della giustizia, comprende di non potersi fidare delle promesse di libertà che gli vengono fatte in caso di confessione, e si rifiuta di farsi portatore di una colpa per salvare gli ebrei di Kiev. Prende lentamente coscienza di quello che vuole fare, e contemporaneamente perde tutto il resto. In cella iniziano le torture, le umiliazioni, le vessazioni. Mangia poco, si ammala e a volte non riesce a pensare con chiarezza, ma resiste, e aspetta.

L’uomo di Kiev, che è valso a Bernard Malamud il premio Pulitzer nel 1967, è tratto da una storia vera che pone l’accento sull’antisemitismo dilagante nella Russia zarista di quegli anni. Yakov Bok si fa interprete delle persecuzioni riservate al suo popolo, ma quello che si trova, in queste pagine, è un racconto intimo: la sofferenza qui non appartiene a un popolo, appartiene a un uomo che guarda alla necessità delle cose come unico modo per sopravvivere, in pieno stile spinoziano.

Mi sono sentita in molti modi diversi leggendo questo libro: in poche ore sono passata dalla sensazione di pesantezza a quella di speranza, passando attraverso la tristezza e , e ancora oggi, qualche giorno dopo averlo terminato, non so identificare cosa mi abbia davvero colpito. Quello che so, è che non riesco a smettere di pensarci.

Malamud, Bernard, L’uomo di Kiev, Minimum Fax, edizione del 2017, traduzione di Ida Omboni, pp. 393, euro 16,00

Bernard Malamud, figlio di due ebrei russi immigrati in America, frequenta il City College di New York, dove si laurea in lettere nel 1936; subito dopo frequenta la Columbia University conseguendo il Master of Art in lingua e letteratura inglese. In questi anni inizia a scrivere racconti, due dei quali saranno pubblicati nel 1943 sulla rivista «Threshold» e su «American Preface». Nel 1948 comincia a lavorare come insegnante in scuole serali.
A questo periodo risale l’inizio della scrittura del romanzo The Light Sleeper che brucerà nel 1951 stanco dei rifiuti da parte degli editori.
Nel 1952 viene pubblicato il suo primo romanzo, The Natural (Il migliore).
Nel 1956 gli viene assegnata una borsa di studio dalla «Partisan Review» per la narrativa; grazie a questa sovvenzione Malamud può stabilirsi per un certo periodo a Roma e viaggiare per l’Europa. Nel frattempo viene pubblicato il romanzo The Assistant (Il commesso), seguito nel 1958 dalla raccolta di racconti The Magic Barrel, premiata con il National Book Award.
Nel 1961 viene pubblicato il romanzo A New Life (Una nuova vita), seguito nel 1963 dalla raccolta di racconti Idiots First. Dopo essere stato eletto membro del National Institute of Arts and Letters, raggiunge il culmine della sua carriera con l’uscita di The Fixer (L’uomo di Kiev), con cui vince il National Book Award e il premio Pulitzer. Nello stesso anno viene nominato professore presso l’Università di Harvard. Nel 1979 esce il settimo romanzo, Dubin’s Lives (Le vite di Dubin), considerato dalla critica il suo miglior romanzo.
Dopo un intervento chirurgico al cuore, inizia il suo ottavo romanzo che non porterà mai a termine (The People, uscito incompleto postumo nel 1989) a causa della morte nel suo appartamento di New York.

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Sono veneta di nascita e milanese di adozione. Fiera di essere nata negli ultimi anni Settanta, quando ho compiuto quarant’anni ho fatto una bellissima festa per non pensarci. Mi occupo di comunicazione digitale, quindi sto più spesso davanti al pc che a un cocktail per un happy hour. Ho iniziato da bambina a girare il mondo insieme ai miei amici: sono partita per il New England con Louisa May Alcott, ho visto Macondo con Gabriel Garcia Marquez, mi sono fermata a Derry con Stephen King, mi sono imbarcata sul Pequod con Herman Melville e sono stata in Grecia con Oriana Fallaci. Il viaggio continua, spesso verso luoghi sconosciuti, sempre con la voglia di perdermi cercando la strada. Ho una passione per la letteratura noir, anche perché si sa che il nero snellisce. Amo i palindromi perché più del verso mi intriga l’inverso, e mi piace avere l’ultima parola, anche se sono l’unica a sentirla. Ho imparato a stendere la sfoglia da una nonna bresciana, a fare i dolci da una vicentina, e a bruciare il sugo da sola. Vorrei avere una cabina armadio griffatissima e un posto auto vicino all’ufficio, ma nel frattempo giro per mercatini e prendo l’autobus. Ho inventato forEva nel 2017, in un giorno di maggio. Maggio sa perché. Ho lavorato per molti portali online dedicati alla letteratura. Qui chiacchiero di libri, intervisto autori, racconto iniziative e segnalo uscite interessanti. Sono una lettrice, non un critico, e anche se non mi piace leggere tutto e non tutto quello che leggo mi piace, nel blog ho scelto di condividere solo esperienze legate ai libri che amo. Scrivimi a eva@foreva.it

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